La relazione investigativa ha valore probatorio per ottenere l'addebito di separazione

Con la sentenza n. 11516 del 23/05/2014 la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dalla moglie a cui era stata addebitata la separazione con la sentenza n.1166 del 23 agosto 2012 e ha riconosciuto la valenza probatoria della relazione investigativa redatta dal consulente tecnico di parte del marito per l’ottenimento delle separazione con addebito per infedeltà coniugale.

Con la Sentenza della Cassazione Civile n.1166/2012 il Giudice aveva addebitato alla moglie la separazione per violazione dell’obbligo di fedeltà derivante dal matrimonio, utilizzando, per la sua valutazione, anche le prove contenute nella relazione investigativa portata in giudizio dal consulente di parte.

Nel ricorso, la moglie a cui era stata addebitata la separazione aveva addotto come motivi anche il fatto che la corte d’appello avesse utilizzato come prova dell’infedeltà la relazione investigativa oggetto dell’attività di indagine di un investigatore privato, e la violazione del principio secondo cui la pronuncia di addebito non può fondarsi solo sulla violazione dei doveri coniugali ma anche sul nesso causale tra questo fatto e la determinazione della crisi coniugale. Inoltre veniva contestato il fatto che la relazione investigativa era stata redatta da un investigatore privato su mandato del marito, quindi senza le garanzie del contraddittorio, e che il detective aveva raccontato in giudizio, come tecnico di parte, alcuni fatti e circostanze oggetto di considerazioni personali e che quindi non potevano essere considerate una prova.

Con la Sentenza della Cassazione Civile n. 11516/2014 la Corte ha confermato la liceità della raccolta prove tramite investigatori privati e la validità in giudizio della relazione investigativa, a cui è assegnato valore probatorio anche senza le garanzie del contraddittorio.

La Corte ha infatti ritenuto prove valide le foto e le informazioni contenute nella relazione, che hanno permesso al marito di dimostrare l’infedeltà coniugale delle moglie. Inoltre in base ai dati contenuti nella relazione investigativa, il giudice aveva potuto accertare che la violazione dei doveri coniugali da parte della moglie era anteriore rispetto alla domanda di separazione, e che quindi c’era un nesso di causalità tra la relazione extra coniugale della donna e la sopraggiunta intollerabilità alla prosecuzione delle convivenza.

Siccome la moglie non è riuscita a provare che la sua relazione extraconiugale era avvenuta quando la crisi coniugale era già in atto, la corte ha ritenuto di attribuire valenza probatoria ai dati oggettivi contenuti nella relazione dell’investigatore e non alle sue deduzioni addotte in tribunale. In base ai dati portati in giudizio, il Giudice ha ritenuto provata la relazione extraconiugale della moglie e che fu questa infedeltà la causa della definitiva rottura del rapporto personale fra i coniugi.

Questa sentenza conferma quindi la liceità e la valenza in giudizio delle prove raccolte da investigatori privati per dimostrare l’infedeltà del coniuge al fine di ottenere l’addebito della separazione.

Ricordiamo infatti che la richiesta di addebito deve essere espressamente richiesta da uno dei coniugi in una causa di separazione giudiziale e spetta a chi ne fa domanda l’onere della prova. Il giudice deve poi valutare se esista un nesso di causalità tra la violazione di uno dei doveri coniugali e la crisi coniugale con conseguente sopraggiunta impossibilità a continuare la convivenza.

Chi richiede l’addebito ha solamente l’onere della prova per l’inosservanza del dovere di fedeltà, mentre spetta all’altro coniuge provare che il fatto (in questo caso l’adulterio) era sopraggiunto in un contesto familiare già disgregato, al punto che la convivenza era mero simulacro. In ogni caso spetta al Giudice, sulla base delle prove fornite dai due coniugi, valutare l’effettiva violazione dei doveri matrimoniali e il fatto che sia stata questa violazione a determinare la crisi coniugale.

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17 novembre 2014 Redazione