Cassazione: investigazioni private da parte del datore di lavoro, licenziamento legittimo del lavoratore che abusa di permessi 104


La Corte di Cassazione sezione Lavoro, con la sentenza n. 9217 del 6 maggio 2016, ha definito la legittimità del licenziamento per giusta causa, intimato al lavoratore che abusa dei permessi previsti dalla Legge 104/1992. L'abuso è stato documentato dalle attività di una società investigativa. Il datore di lavoro aveva svolto accertamenti per mezzo di un’agenzia investigativa rilevando che il lavoratore si recava presso l’abitazione dell’assistita per un numero di ore inferiore a quello previsto.

Inizialmente, il Tribunale di primo grado aveva dichiarato la nullità del licenziamento "in quanto, come da accertamento di Agenzia investigativa" il lavoratore "pur avendo richiesto alcuni permessi ex l. n. 104/1992 era stato visto recarsi presso l'abitazione dell'assistita (cognata non convivente) affetta da grave disabilità" seppur per un numero di ore inferiore a quello previsto dalla normativa vigente.

La Corte d’Appello ha invece ribaltato la sentenza di primo grado osservando che "dall'accertamento non contestato dell'Agenzia investigativa Incaricata della verifica" il lavoratore "era stato visto recarsi presso l'abitazione dell'assistita solo il 12.12 (2014 ndr) per un totale di 4 ore e 15 minuti e per tre ore e 25 minuti il 13. 12. Circa la deduzione dei lavoratore di avere il 10.12 svolto nella mattina attività di assistenza, osservava che il permesso riguardava il pomeriggio" durante il quale il lavoratore non si era invece visto.
Per la Corte d'Appello ricorre "la figura dell'abuso dei diritto in relazione a permessi che dovevano essere svolti in coerenza con la loro funzione; per oltre due terzi del tempo previsto, il lavoratore non aveva svolto alcuna attività assistenziale".
Violati i principi di correttezza e buona fede, il fatto, seppur non previsto espressamente dal CCNL, rappresenta per la Corte un elemento "certamente di gravità tale da comportare il venir meno del vincolo fiduciario".

Emerge la forte rilevanza per la Corte d'Appello, della quantità del tempo effettivamente dedicato alle attività assistenziali, che in primo grado non era stata invece considerata.
 
Il lavoratore quindi decide di ricorrere in Cassazione e tra i motivi "allega la violazione e/o erronea applicazione degli artt. 5, 2,3 e 4 legge n. 300/70 nonché di ogni altra norma in tema dl inutilizzabilità degli accertamenti disposti dal datore di lavoro tramite agenzia investigativa. Violazione e/o erronea applicazione degli artt. 2697 c.c. 115, 116 c.p.c. nonché di ogni altra norma e principio di tema di inutilizzabilità delle prove illecite e/o acquisite illecitamente o illegittimamente. Gli accertamenti erano avvenuti in modo invasivo turbando la tranquillità familiare. Erano illegittimi pedinamenti senza il minimo sospetto del compimento di illeciti".

Per la Suprema Corte il motivo appare infondato ricordando che "le disposizioni dell'art. 5 della legge 20 maggio 1970, n.300, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato d'incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l'assenza".

La Corte cita la sentenza di Cassazione n. 25162/2014, la quale nello specifico, ha ritenuto legittimi gli accertamenti demandati, dal datore di lavoro, a un'agenzia investigativa, e aventi a oggetto comportamenti extralavorativi che assumevano rilievo sotto il profilo dei corretto adempimento delle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro.

Secondo il parere dei Giudici Supremi dunque il ricorso alle investigazioni private non costituisce violazione delle norme contenute nello Statuto dei Lavoratori anzi rientra a pieno nei poteri del datore di lavoro quando ha la finalità di verificare la correttezza dell'utilizzo dei permessi di lavoro richiesti.


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20 luglio 2016 Redazione